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[La Padania: 13/10/2006]

Davide Caparini: «È suonato il requiem per il servizio pubblico e per la rete federale?»


di Giovanni Polli
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«E perché mai raccogliere ancora i soldi del servizio pubblico?» Davide Caparini, il deputato leghista che per lungo tempo è stato vicepresidente della Commissione vigilanza Rai ed ora è membro della Commissione telecomunicazioni di Montecitorio, di fronte al ddl Gentiloni è molto più che perplesso. «Il primo dato da sottolineare - spiega Caparini - è che lo stesso centrosinistra che fino all’altro ieri faceva i girotondi contro il digitale terrestre e lo giudicava un escamotage per salvare le televisioni di Berlusconi, oggi ne riconosce la validità prevedendo la conversione totale a questa tecnologia di tutto il sistema televisivo».
Dai girotondi alle giravolte?
«In fondo c’è il riconoscimento del lavoro che abbiamo fatto fino ad oggi, e che anche la leva fiscale che avevamo messo a disposizione di questa tecnologia aveva un fondamento. Registrato questo fatto, che smentisce anche il lavoro che lo stesso centrosinistra aveva condotto per cinque anni quando era all’opposizione, restano altri aspetti tutti da criticare. Fra cui la solita visione punitiva e vendicativa da parte di un centrosinistra che persegue il fine politico del depotenziamento di Mediaset. Controbilanciandolo tra l’altro con la migrazione di una rete Rai, quindi del servizio pubblico radiotelevisivo. Se dovessero poi essere confermate le voci secondo cui a dover migrare sarebbe Raitre, il fatto sarebbe ancora più grave perché oggi è l’unica rete Rai ad essere quasi interamente dedicata proprio all’adempimento del servizio pubblico.
È per questo che prima si è interrogato sull’utilità di destinare ancora i fondi al servizio pubblico tv?
«Infatti. La Rai che sino ad oggi non ha investito nel digitale terrestre, che è in ritardo drammatico dal punto di vista dell’innovazione tecnologica, che è largamente inadempiente per quanto riguarda il servizio pubblico in particolare dal punto di vista del federalismo televisivo, che non ha mantenuto alcun tipo di impegno assunto dal Cda riguardo al potenziamento dei centri di produzione, quella stessa Rai, potrebbe così mandare l’unica rete deputata al servizio pubblico sul sul digitale terrestre, che ricordiamo non si vede se non su una piccola parte del territorio. In particolar modo sottolineo poi che Raitre è l’unica rete pubblica che ha un’impostazione regionale. Se a migrare fosse proprio Raitre, si darebbe il colpo di grazia a qualunque progetto che abbia a cuore le vere realtà territoriali che costituiscono questo Paese».
E poi c’è la penalizzazione di una rete Mediaset, probabilmente quella Retequattro che già nel 1994 qualcuno voleva mandare sul satellite...
«Non dimentichiamo che Retequattro pesa molto di più di Raidue o Raitre per quanto riguarda il fatturato e l’apporto pubblicitario. Mentre Retequattro ha un valore paragonabile a quello di Italia 1 e sulle tre reti Mediaset da un punto di vista pubblicitario svolge una funzione fondamentale, lo stesso non si può dire delle altre due reti nei confronti della Rai. Perché esse godono di una forte quota di finanziamento pubblico e incidono in misura minore nella formazione del fatturato. Si tratta di una scelta che svantaggia di più Mediaset. Anche questo è un aspetto con cui fare i conti».
Vuole dire che lo Stato, ancora una volta, interviene direttamente nell’economia?
«In questo modo torna a vincere quell’idea tipicamente comunista in cui l’impresa è sottoposta alle decisioni del burocrate. Le frequenze tornano in mano allo Stato, non sono più oggetto di autorizzazione ma tornano a essere oggetto di concessione quindi la palla passa dalla vita di impresa e dal mercato al legislatore. Che dipenderà con le sue scelte il privilegio dell’uno o dell’altro dei nuovi soggetti che entreranno sul mercato. Perché mi sembra evidente che le nuove frequenze diventeranno oggetto dell’interesse di nuovi gruppi economici. E, conoscendo i trascorsi della gestione della cosa pubblica da parte degli uomini di Prodi, questo non fa presagire nulla di buono».