CRISI DA MARONI 20 MILIONI DI EURO PER I LAVORATORI NELLE IMPRESE SOTTO I 15 DIPENDENTI
Piano d'emergenza per il tessile
Piancogno, giugno 2004 - La Vallecamonica è purtroppo un campione significativo di una situazione di crisi del settore tessile in cui sono invischiati i maggiori gruppi produttori di filati tradizionali: Olcese, Legnano, Franzoni Filati, NK sono solo alcune delle imprese che costituiscono, malgrado tutto, il più importante polo europeo. Negli ultimi due anni queste aziende sono passate da interventi di assestamento delle proprie attività alla inesorabile riduzione della produzione e dell’occupazione. Nel disperato tentativo di mantenere quote di mercato hanno investito le risorse a loro disposizione in attività estere e, per mantenere la competitività, hanno importato un maggior numero di prodotti indebolendo il mercato interno.
Così facendo molte risorse sono state sottratte agli investimenti in ricerca, sviluppo ed innovazione portando inesorabilmente al ridimensionamento dei siti produttivi e alla fine del fenomeno del contoterzismo col rientro delle produzioni outdoor. Gli effetti occupazionali sono stati devastanti. Nei primi anni ’90 in Vallecamonica il settore contava su circa 5.000 occupati (senza calcolare l’indotto) poi ridottisi a 1.894 nel 2000 e a 1.279 nel 2002. I catastrofici effetti di quest’ultima crisi fanno stimare un’ulteriore perdita di quasi 1.000 posti di lavoro. E’ emblematica la crisi del maggior gruppo cotoniero italiano ed europeo, la Manifatture Legnano, con circa 100.000 kg di produzione giornaliera di filati, nove stabilimenti in Italia (Cividate Camuno, Paratico, Nembro, Legnano, Cerro Maggiore, Solbiate Arno, Laveno Mombello e Perosa Argentina) e cinque all’estero (Egitto, Ungheria, Bulgaria, Lettonia e Lituania). E’ entrata in crisi verso la metà del 2003 a causa della perdita di quote significative di mercato e della pesantissima condizione finanziaria. Delle quattro realtà produttive sul territorio camuno significativa è l’esperienza di Cividate Camuno dove vengono realizzate le lavorazioni ad elevata manualità per filati pregiati ad alto valore aggiunto che dovrebbero essere i gioielli del Gruppo. Anche in questo caso c’è stata una consistente riduzione dei volumi produttivi che ha fatto rientrare in azienda le lavorazioni assegnate conto-terzi ad alcune piccole imprese della zona e in sostanza l’attività produttiva, dal dicembre 2003, si è ridotta di oltre la metà, richiedendo il ricorso alla cassa integrazione per molti lavoratori. Oppure l’esperienza dello stabilimento di Paratico: nel 1998 attraverso la ristrutturazione la produzione era passata dai filati a maggior valore aggiunto. I risultati sono stati deludenti con la perdita della metà dei posti di lavoro e l’attivazione della procedura di mobilità. Attualmente lo stabilimento è fermo e tutti i dipendenti sono in cassa integrazione. Dal 2000 ad oggi negli stabilimenti della Legnano sono 1.000 posti di lavoro perduti. Altrettanto significativa è la crisi del gruppo Olcese che vanta cinque stabilimenti in Italia (Cogno, Sondrio, Longarone, Conegliano Veneto e Trieste) e sei all’estero (Marocco, Bosnia e Francia), dopo la Legnano, l’azienda più importante nel panorama cotoniero europeo. Nel 2000 il Gruppo ha iniziato la sua ultima fase di ristrutturazione con la chiusura dei siti di Novara e Fiume Veneto e la conseguente trasformazione della produzione nello stabilimento di Cogno da filati greggi di cotone alla produzione di filati colorati, melange (particolarità di colorazione con sfumature) e fantasia per il settore moda. Da quel momento per Olcese è iniziata la fase più critica della sua storia: la condizione finanziaria si è aggravata al punto di rendere impossibile la realizzazione della produzione per mancanza di liquidità. Nell’ultimo anno sono state tentate soluzioni che prevedevano l’integrazione con altri gruppi tessili al fine di creare un polo cotoniero, di rilevanza mondiale, con un’altissima potenzialità produttiva e quote primarie di mercato. Tutto ciò non ha prodotto risultati. La dichiarazione dello stato di insolvenza e l’ammissione alla Prodi-bis per l’intero gruppo lascia appesi al filo migliaia di famiglie. Dal 2000 ad oggi il Gruppo Olcese ha perso in Italia circa 700 posti di lavoro, dei quali 100 solo nello stabilimento di Cogno. Dopo il massiccio intervento del Ministero del Lavoro di Roberto Maroni che, in collaborazione coll’on. Davide Caparini ha tempestivamente seguito con particolare attenzione la nostra Valle, ha attivato tutte le misure di sussidio disponibili, anche per le imprese al di sotto dei 15 dipendenti (Brescia e Bergamo uniche province in Italia), è iniziata la fase di programmazione per le politiche attive del lavoro. Infatti, per loro natura, le politiche di sostegno al reddito, seppur importanti, sono transitorie. Per questo motivo Maroni e Caparini hanno predisposto un piano per dare nuova occupazione a tempo indeterminato ai nostri lavoratori. Per questo motivo la Valcamonica sarà nei prossimi mesi un importante banco di prova per Italia Lavoro, braccio operativo del Ministero del Lavoro, che ha predisposto un intervento unico in Italia per affrontare una crisi occupazionale senza precedenti. E’ la prima applicazione del "Programma d’Azione per il Re-Impiego di lavoratori svantaggiati" (PARI) per politiche di welfare to work (assistenza al lavoro). Una rosa di interventi finalizzati alla riqualificazione ed al reinserimento professionale, accompagnati da forme di sostegno al reddito, per i lavoratori provenienti da situazioni di crisi aziendale nell’ambito di misure di politiche attive del lavoro, contribuendo così allo sviluppo del mercato del lavoro locale. Gli interventi saranno indirizzati ai lavoratori a rischio di espulsione dal mercato del lavoro nel settore tessile della Vallecamonica e ad altri lavoratori svantaggiati. Tali misure sono pensate per una fase successiva a quella degli ammortizzatori sociali, delle indennità o dei sussidi legati allo stato di disoccupazione o inoccupazione. Le iniziative individuate hanno l’obiettivo di creare stabile occupazione nelle aree in oggetto attraverso una prima fase di reinserimento lavorativo riservata a 600 soggetti espulsi dal mercato del lavoro, contribuendo così allo sviluppo locale e al superamento di locali emergenze occupazionali, per i quali il percorso di inserimento lavorativo sarà accompagnato dall’erogazione di "sussidi speciali" o di contributi per l’avvio di forme di autoimpiego. L’incrocio tra domanda e offerta di lavoro rimane una delle criticità che questo tipo di intervento si propone di risolvere. Dalla riuscita di questo progetto dipende il futuro di migliaia di famiglie.