“Le Cinque Giornate di Milano”, Caparini contro la fiction di Rai Uno

Roma - 1 dicembre 2004. "La storia, quale fu fatta finora, rassomiglia ad un cimitero, in cui fra la vasta congerie di scheletri, che pur tutti vissero un giorno, poche croci sparse qua e là privilegiano d'un ricordo alcuni nomi che non ne son forse più degni degli infiniti dimenticati che lor giacciono intorno". (Carlo Cattaneo)
Con questo spirito mi sono predisposto ad assistere alla prima della fiction Rai, tanto sofferta e agognata, sull'epopea dei milanesi e l'insurrezione del 1848. Speravo che Carlo Lizzani, il regista, mi raccontasse della vittoria dei milanesi sugli austriaci, del contributo di Carlo Cattaneo, delle sofferenze degli oltre trecento caduti, morti per liberare la propria terra dal dominio straniero. Dopo pochi minuti di proiezione della seconda parte (si tratta di una miniserie in due puntate, la prima ce l' hanno risparmiata) ho capito perché si chiama fiction. La finzione ha preso subito il sopravvento sulla realtà e sono stato costretto a sorbirmi due storie d'amore: la prima quella tra Giovanni (Fabrizio Gifuni), medico milanese, poco credibile come milanese, e Amalia (Chiara Conti), giovane contessina austriaca sua paziente; la seconda quella tra Carlino (Giuseppe Soleri) e Teresa (Ana Caterina Morariu), giovane popolana che lavora alla mensa degli ufficiali austriaci. Dei  milanesi, quelli veri, che hanno combattuto l'invasore neanche l'ombra. Per esempio del Cernuschi (Fabio Troiano) che la storia, quella vera, ci racconta essere stato uno dei più attivi: si schierò in prima linea durante lo scontro per la conquista del palazzo del Governo ed impose al Vicegovernatore O' Donnel la firma dei tre famosi decreti. Purtroppo, nella fiction delle sue idee repubblicano - federaliste, degli eroici combattimenti e della geniale idea di utilizzare i Martinitt per collegare le barricate neanche l'ombra. Come del resto di Cattaneo, Terzaghi e Clerici. Paziente, come solo noi leghisti sappiamo esserlo, attendo il momento in cui entrerà in scena Carlo Cattaneo (Giancarlo Giannini). Ho aspettato tre anni per questa fiction, cosa saranno mai pochi minuti? E poi, Giannini è un grande attore e Cattaneo un personaggio impossibile da manipolare. Quel momento arriva: Carlo Cattaneo è a Palazzo Taverna, sta dirigendo il consiglio di guerra, per le strade i milanesi combattono per la libertà. Mi sto per emozionare, Giannini è veramente una spanna sopra tutti gli altri attori. Finalmente gli italiani, tutti gli italiani, sapranno la verità sulla lotta di liberazione di Milano. Improvvisamente le parole di Cattaneo vengono prima disturbate, poi coperte, dai canti delle genti per le strade: "Fratelli d'Italia, l'Italia s'è desta." Incredibilmente l'inno di Mameli, echeggia nella stanza del consiglio di guerra quasi a purgare le parole di colui che è stato la coscienza critica del risorgimento. Ecco la censura di regime. Non hanno proprio resistito. Non erano sufficienti due storie d'amore più adatte a raccontare i disagi giovanili del 1968 napoletano che non il 1848 milanese. Non bastava cancellare le parlate delle genti milanesi. Ora Lizzani manipola la realtà. A duecentotre anni dalla nascita, Carlo Cattaneo lo studioso e pensatore, l'intransigente federalista lombardo viene fatto a pezzi dall'arma che il regime sfodera in questi casi: la retorica unitaria. Lo confesso: da quel momento ho tifato per gli austriaci. Un po’ come mi capita quando guardo i film western degli anni ’60 e mi schiero sempre con i poveri indiani. La storia poi continua stancamente, noiosa, per farci scoprire che tutto il racconto è stato fatto da Giovanni (il medico con le crisi amorose) ad un bambino, suo figlio. E' il 17 marzo 1861, il giorno della proclamazione del Regno d'Italia: tripudio di tricolori, richiamo all'unità della patria, sipario. In sintesi: una melassa di retorica risorgimentalista in salsa romana. Brutto, mal fatto, anche tecnicamente ed infarcito con falsi storici. Ho rimpianto le cinque giornate di Milano realizzato nel 1970 da Leandro Castellani, con Raul Grassilli, Arnoldo Foà, Ugo Pagliai, Franca Nuti, Fosco Giochetti e Franco Graziosi. Questa esperienza è la prova provata che finché non ci sarà un centro di produzione a Milano, finché la scuola di cinema lombarda non sfornerà attori, registi, autori e tecnici, saremo costretti a subire il colonialismo culturale televisivo post unitario e post sessantottino. E dopo aver stroncato questa fiction, a sorpresa, vi consiglio vivamente di guardarla per almeno 5 motivi: 1) per assistere ad un mirabile esempio di propaganda nazionalista; 2) per comprendere quale forza persuasiva può avere la fiction; 3) per la mirabile interpretazione di Giancarlo Giannini al netto dell'inno di Mameli; 4) per comprendere quanto sia difficile cambiare le cose e che il "tutto subito" non è possibile; 5) per aggiungere un motivo in più al fatto di non pagare il canone Rai.